lunedì 21 aprile 2014



Dario Fo  -  la figlia del papa


Quando arrivai a Ferrara, 46 anni fa, giovane studente dell’Università,  rimasi colpito dalla toponomastica di risonanza storica,   soprattutto quella rinascimentale, Savonarola, Tasso, gli Estensi, ecc.  Quando trovai  il nome di Lucrezia Borgia ( abitavo a meno di cento metri di distanza dalla via che la menzionava )  la curiosità divenne  stupore  perché mi tornarono in mente, un po’ impolverate, le notizie apprese al liceo tra i banchi dei gesuiti e altri religiosi. Erano notizie che contrastavano con la dedica di una strada. Feci qualche indagine, purtroppo superficiale perché frequentavo i corsi universitari della mia facoltà  (scientifica) ed ero fuori  da circoli culturali letterari.  Compresi subito, però, che la tradizione popolare locale tramandava notizie ben diverse, anzi, opposte a quelle che mi erano state  inculcate tra i banchi benedetti. 
Oggi finalmente ho letto una trattazione bellissima su Lucrezia Borgia. Si è scomodato il Premio Nobel Dario Fo per ridare a questo personaggio di grandissima levatura culturale e umana l’immagine che merita nella storia, per riscattarla dalle menzogne scritte e tramandate su di lei solo perché dotata di una personalità fuori dagli schemi normali per quell’epoca ( e forse anche per i tempi nostri). Soprattutto l’ha riscattata dalle menzogne, ancora scritte nei libri di storia, e inculcate  oggigiorno dall’integralismo cattolico e bigotto. 
Dobbiamo ringraziare Dario Fo.
Un Premio Nobel non si può e non si deve recensire se non a rischio di diventare ridicoli.  Spero di essere perdonato. Ma nel bellissimo romanzo storico  La figlia del papa,  Dario Fo ha il merito quasi di far rivivere quel personaggio nella vita di oggi. Molti sono i passaggi che riportano alla mente del lettore i giochi politici che viviamo, i ribaltoni politici, il tentativo di riformare radicalmente la Chiesa Cattolica e altri. Stupenda la descrizione della scena teatrale  “come riuscire a campare in una commedia grottesca, senza maschera”. Il genio teatrale di Dario lì esplode, come esplodono i personaggi per giungere al gran finale del Papa che allarga il mantello sul mondo  e mostra l’arma e l’armatura.
Mi permetto di dire che questo non è soltanto un romanzo storico, è quasi una sceneggiatura per uno  spettacolo che vuol mettere  a confronto il passato col presente. Ne trovo segni nel suo linguaggio che nell’uso dei verbi passa spesso dal passato al presente, con saggio calcolo e ne ottiene l’effetto voluto, di rimarcare il concetto.
Dario Fo mi perdoni se mi sono permesso di interpretarlo. Il libro è eccezionale.
Ferrara, 20 aprile 2014

Salvatore Belcastro

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